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Incontri con personaggi di grande attualità: cinema, musica, letteratura, moda. Un'occasione per scoprire il loro rapporto con Parigi. Interviste e ritratti esclusivi Paris-lifestyle. Un'occasione per conoscere più da vicino noti personaggi che eccellono nel proprio campo:

Futuro direttore del corpo di ballo dell'Opéra di Parigi, il ballerino-coreografo è un artista iconoclasta e poliedrico. Questo francese di origine, che vive a New York da oltre vent'anni, trova nel nuovo ruolo assegnatogli il riconoscimento dei suoi pari e del suo paese. Quest'uomo è un elfo di luce. Ne possiede la grazia e la velocità. È passato di qui, ripasserà di là. Sempre in movimento. Sempre in azione. A 36 anni, Benjamin Millepied, futuro direttore del corpo di ballo dell'Opéra di Parigi - assumerà l'incarico nell'ottobre 2014 - sgambetta sui sentieri della fama con magica leggerezza. Nato a Bordeaux nel giugno 1977, figlio di un decatleta e di una maestra di danza contemporanea, avanza su un raggio di sole. Come se il suo destino fosse già scritto: infanzia in Africa, a Dakar, al ritmo dei tamburi del famoso percussionista Dudu N'Diaye Rose; conservatorio di Lione a 13 anni, con ammissione in deroga per la giovanissima età; School of American Ballet di New York a 16 anni e, due anni più tardi, un primo ruolo in 2 & 3 Part Inventions di Jerome Robbins presso il New York City Ballet, di cui diventa ballerino étoile nel 2001. Un viaggio in un certo qual modo costellato di stelle: Jerome Robbins, indimenticabile coreografo di West Side Story, e il New York City Ballet, la compagnia fondata da Balanchine, "il più grande coreografo classico di tutti i tempi", secondo Benjamin Millepied. Inspirato da questi due tutor, essi stessi prodigi precoci, nel 2002 si cimenta in una prima coreografia a Londra: Triple Duet, su musiche di Bach. A soli 25 anni, viene travolto dal vortice del successo, che lo porta a calcare le scene di tutto il mondo tra danza e coreografia. Da New York a San Pietroburgo, passando per Parigi e Los Angeles, dove incontra nel 2009 sua moglie, l'attrice Natalie Portman, durante le riprese del film di Hollywood Il cigno nero. Il suo ruolo è al tempo stesso quello di interprete e consulente. Come se nella vita un solo ruolo non gli bastasse mai. Tutto è folgorazione in questa esistenza senza prologo che, si dice anche, non corre il rischio di un rapido epilogo. Questo significherebbe fare, fin da ora, l'apologia di una brillante carriera che, in effetti, non è che agli inizi. Perché Millepied, superdotato e rinomato, non ha bruciato le tappe né usurpato la sua folgorante reputazione. Certo, il suo fisico da seduttore e il suo sorriso ammaliante con gli occhi color del mare ne hanno fatto un golden boy della pubblicità - L'Homme libre per il profumo omonimo di Saint Laurent e L'Envol per Air France - ma è prima di tutto animato da un desiderio insaziabile di lavoro e guidato da questa liberà assoluta che ispira i grandi creatori. Il compositore francese Thierry Escaich, che ha appena composto la sua prima opera lirica per l'Opéra di Lione, Claude, tratta da un libretto di Robert Badinter, collaborò con lui nel 2009 per il galà del New York City Ballet. Pur non essendosi mai incontrati prima, Benjamin Millepied voleva avvalersi di un musicista francese. La sua scelta ricadde su questo creatore associato alla musica modale e ai compositori francesi del XX secolo, primo fra tutti Maurice Ravel. Questo approccio, non dettato da un capriccio né dal caso, è l'espressione della personalità del ballerino-coreografo molto aperto alle "musiche d'oggi" e sempre pronto a correre il rischio di nuove esperienze. "Era la prima volta che scrivevo per un balletto", confessa Thierry Escaich. L'audacia fa parte dell'impronta di Millepied. Venne più volte a Parigi per incontrare Escaich e lavorare insieme all'immagine ritmica globale del balletto. Cinque o sei mesi più tardi, l'opera era scritta. Il titolo era The Lost Dancer, ma il coreografo la ribattezzò Why I Am Not Where You Are con sommo piacere del compositore: "Ha reinventato una forma a partire dalla mia musica. Ha trasformato una lotta tra due universi musicali nella narrazione di un uomo alla ricerca del suo alter ego. Ha una grande immaginazione e un'autentica libertà. Amo anche la velocità che lo pervade. È bulimico. Balza da un progetto all'altro. Il mestiere di ballerino nutre il coreografo e viceversa. " Questa testimonianza permette di far luce su quanto Benjamin Millepied intende fare alla direzione del corpo di ballo dell'Opéra di Parigi. Non si presenta in veste di rivoluzionario che farà tabula rasa del passato. Parla di "continuità". Non ha, tuttavia, il temperamento di un discepolo devoto al solo culto della tradizione. Eredita una splendida compagnia forgiata da quasi vent'anni da Brigitte Lefèvre. Questa instancabile imperatrice della danza ha coniugato classicismo e modernità per portare l'istituzione ai vertici. Nessun polveroso retaggio in questa grande compagnia composta da centocinquantaquattro ballerini, di cui diciotto étoile, che mette in scena centoottanta spettacoli all'anno, fa il tutto esaurito a Parigi, gira per il mondo e lo ammalia. Il repertorio, oggi, è aperto ai compositori del XX secolo e ai coreografi contemporanei. Primo fra tutti Benjamin Millepied! Ha coreografato i suoi stessi arabesque sul palcoscenico del Palais Garnier fin dal 2006 (a soli 29 anni) con un balletto intitolato Amoveo, sulla celebre musica di Philip Glass Einstein on the Beach. Il passaggio di testimone avverrà, dunque, senza ostacoli. E dopo il lungo regno "lefèvriano", si aprirà senza dubbio una nuova era. Il suo successore è un avanguardista puro. Inoltre, da due anni, a Los Angeles, stravolge tutti gli schemi con "L.A. Dance Project". Questo collettivo artistico, che comprende sei ballerini più alcuni compositori, scrittori, visual artist, coreografi e video maker, spiega questa altra affermazione di Thierry Escaich: "Benjamin Millepied non rientra nei canoni". Aprire l'arte della musa Tersicore a nuovi pubblici è la sfida che intende raccogliere a Parigi. Sa di doversi confrontare con il peso della storia - la Scuola nazionale di danza dell'Opéra di Parigi festeggia i 300 anni quest'anno - e con gli impressionanti spettri che aleggiano in questi luoghi: Serge de Diaghilev, Serge Lifar, Rudolf Noureev, Maurice Béjart, Claude Bessy, Rosella Hightower, Patrick Dupond e tanti altri. Ma Benjamin Millepied non teme né le leggende né l'accademismo. Non è sua intenzione distruggere il passato. La sua ambizione va molto oltre. Come Marcel Duchamp, affascinante ispiratore, cerca soprattutto di pensare diversamente e di spingere oltre le frontiere della sua arte. K A CURA DI DENIS JEAMBAR
Mostre, sale vendita, la street art è ormai sollecitata dal mercato dell'arte. Ma la strada resta il luogo della legittimità dell'artista che vuole forgiare il suo mito. Giro di orizzonte. A partire dagli anni '80, ispirato dai graffiti, Keith Haring ha fatto scendere l'arte nella metropolitana di New York. Prima di lui, Ernest Pignon-Ernest e Daniel Buren avevano già cominciato a lavorare nelle strade di Parigi. Ma bisogna attendere gli anni '90 per assistere all'esplosione della street art (o post-graffiti) che si impadronisce della città come di una galleria a cielo aperto. Più tollerante di New York, ma meno di Londra, Parigi resta un luogo importante per tale disciplina. I marciapiedi, i cartelloni pubblicitari e le strutture cittadine sono i luoghi migliori e più in vista per le donne nude stile 1900 di YZ, per le immagini in bianco e nero di JR, le incisioni con il bulino e con esplosivo del Portoghese Vhils, gli stampini di Miss-Tic o gli extraterrestri a mosaico dello storico Invader. Se Internet offre alla street art una visibilità e una perennità del tutto nuove, queste opere restano più o meno effimere secondo i quartieri. Tra gli arrondissement di Parigi, i più accoglienti e ricettivi sono l'11°, il 13° e il 20°. Il 13°, su iniziativa del suo sindaco, si vanta di " fare la promozione della street art, il termometro della vitalità di una città ", offrendo a una quindicina di artisti la disponibilità di muri su cui realizzare degli affreschi monumentali. Nel giugno scorso, l'americano Shepard Fairey, conosciuto a livello mondiale sotto lo pseudonimo di Obey, per il suo manifesto per la campagna di Obama, ha dipinto con stampino, sulla facciata di un immobile, un viso di donna di 40 m. di altezza. Nell'11°, rue Oberkampf, l'associazione le MUR (modulo, urbano, reattivo) invita degli artisti a prendere possesso uno dopo l'altro dello spazio di un vecchio manifesto pubblicitario di dimensione 3 x 8 m. Nel 20° arrondissement, il comune ha creato una formazione specifica per il personale addetto alla pulizia dei muri, al fine di distinguere il graffito selvaggio dai graffiti artistici. Se il loro intervento in strada offre agli artisti la possibilità di farsi un nome, da cinque anni assistiamo all'emergere di un mercato, con il moltiplicarsi di gallerie specializzate nella versione su tela di alcuni artisti. Resa credibile dalle gallerie d'arte, resa popolare da Internet e dai social network, la street art è ormai commercializzata con successo alle aste. Nel gennaio del 2013, la vendita di arte urbana organizzata dalla casa d'asta parigina Artcurial ha battuto un nuovo record: 1,2 milioni di euro. Un buon risultato per un mercato che era inesistente dieci anni fa. K
Nel corso della sua carriera newyorkese, Keith Haring si è dedicato ad abolire le frontiere tra creazione e quotidiano. Cometa dell'arte moderna, ha creato in dieci anni un'opera febbrile, celebrata oggi a Parigi. Nel 1980, i " subways drawings " (" disegni nel metrò ") costituiscono le prime opere di Keith Haring in un luogo pubblico. Animato dal desiderio di produrre un'arte per tutti, si stima che nell'arco di cinque anni, abbia prodotto senza dubbio tra 5 000 e 10 000 disegni con il gesso bianco sugli sfondi neri dei cartelloni pubblicitari liberi nelle metropolitane newyorkesi. Costretto a fare in fretta per evitare di farsi multare dalla polizia, " a pensare e scrivere in immagini ", Haring farà della metropolitana il suo laboratorio. Figlio della pop art e dei fumetti, ne attinge il suo vocabolario artistico. I personaggi di Haring, tracciati con una linea continua, sono ridotti a dei contorni semplificati al massimo. Queste figure sono generalmente prive di una loro personalità, interscambiabili e facili da riprodurre: bebè raggiante (radiant baby), angelo piroettante, viso allegro, cuore e cani con il muso rettangolare che abbaiano. Il suo disegno non riproduce niente, non imita mai i motivi commerciali correnti, lui inventa: " Le persone capiscono la mia opera che può essere letta come un libro di immagini. Creo delle forme semplici, ma allo stesso tempo complesse, come degli ideogrammi. " La sua opera diretta, di un'apparente allegria, si afferma anche come lotta energica contro l'AIDS, la droga e il razzismo. Senza alcuno schizzo, qualunque sia la dimensione del telone o del muro e sempre con la musica, Haring esegue il suo lavoro con un solo tratto, senza esitazione, senza apporre correzioni, senza pausa, senza mai arrendersi, fino al completo compimento. Il suo talento di disegnatore, che si è manifestato dalla sua infanzia in Pennsylvania, è stato incoraggiato dai suoi genitori. Alla fine è a New York che trova la sua strada, frequentando i corsi della School of Visual Arts, ma soprattutto grazie alla sua amicizia con artisti della vita underground. Animato dal desiderio di dare un senso e uno scopo alla sua attività artistica, Haring assalta i luoghi pubblici, ottenendo anche un riconoscimento commerciale e artistico. La sua prima grande mostra in una galleria newyorkese si è tenuta nell'ottobre del 1982: egli scopre in quell'occasione la pittura su un telone in vinile che consente un lavoro rapido, senza colatura. È stato un successo. Ma sono state le organizzazioni e le istituzioni europee a dare all'artista l'auspicato riconoscimento con mostre come, in particolare, quella al museo di Kassel nel 1982 e poi a Bordeaux nel 1985. Nel 1986, crea il Pop Shop a New York per vendere degli oggetti, dei vestiti e poster da lui illustrati - chiuderà nel 2005 per operare su Internet e Facebook. Gli anni '80 si concludono con la morte per overdose del suo amico Jean-Michel Basquiat. Lui stesso scopre di aver contratto l'AIDS e si spegne nel febbraio del 1990, a 31 anni, lasciando dietro di sé una fondazione con l'incarico di operare a favore dei bambini e della lotta contro la malattia. © Bernard Gotfryd/Getty Images © Keith Haring Foundation
L'Eden degli scrittori continua ancora a godere di grande considerazione? Generazione perduta, esistenzialisti, surrealisti... hanno abbandonato ormai da tempo il Café de Flore. Ma la capitale delle lettere, semi-musa, semi-mondana, rimane il passaggio obbligatorio per i Rastignac della letteratura. E se il mito letterario parigino non fosse morto? Indagine nel momento in cui si svolge il 33° Salone del libro di Parigi. Frédéric Beigbeder, Marcel Proust, Françoise Sagan crédits photo : © Baltel/Sipa ; Basile/DR/Opale ; P. Siccoli/Gamma-Rapho ; Jean-Louis Courtinat/Rapho Editori, giornalisti, mondani... la scena letteraria di Parigi è ancora in grado di lanciare carriere? Il mio secondo appuntamento con BHL si tenne al Twickenham, un pub della rue des Saints-Pères alla fine degli anni '80. Succursale del suo ufficio, vi aveva fatto installare una linea telefonica, sotto la sua panca, e riceveva gli editori Jean-Paul Entho-ven, Jean-Claude Fasquelle o Françoise Verny. Manuel Carcassonne, il vicedirettore generale di Grasset, si ricorda dei suoi inizi nella casa editrice. Candele profumate mascheravano l'odore di sigari nel suo ufficio al primo piano del 61 rue des Saints-Pères, nel cuore di Saint-Germain-des-Prés. "All'epoca, alcuni caffè erano la sede distaccata delle case editrici. Il pendant del Twickenham, per Gallimard, era l'antico bar al piano interrato dell'hotel Pont Royal." Per trovare l'anima della Parigi letteraria, bisognerebbe quindi setacciare i bar degli hotel, ristoranti e caffè del triangle d'or della letteratura francese: il 6e e 7e arrondissement tra Odéon, i Saints-Pères e la rue Sébastien-Bottin, ribattezzata lo scorso anno rue Gaston-Gallimard. Laddove un tempo, Hemingway incrociava Fitzgerald e Faulkner subaffittava una camera per finire Zanzare. È una Parigi dell'anteguerra, della mitica bohème, che ha ispirato il film di Woody Allen Midnight in Paris. La cartografia dell'edizione resiste Ma scrivere a Parigi nel 2013, vuol dire errare al Flore con i fantasmi di Sartre e Simone de Beauvoir? Aspettare l'ispirazione su una poltrona del Lutetia vicino a Sollers o battere freneticamente sul proprio Mac al bar Aubusson con Weyergans? L'immagine dell'uomo di lettere, uccello notturno, da Castel o al Baron persiste. Frédéric Beigbeder ne è l'incarnazione. Eppure, molti sono coloro che, come Philippe Djian (che risiede per metà dell'anno a Biarritz) o Olivier Adam (che scrive di fronte al mare, a Saint-Malo) si isolano per non essere parassitati dalle mondanità. "Per me, l'ambiente è tutto fuorché uno stimolo intellettuale", spiega David Foenkinos. L'autore di La Délicatesse esce poco e non è "andato più di cinque volte al Café de Flore". La centralizzazione dell'edizione poi, è meno necessaria in un'epoca in cui i best-seller di J.K. Rowling o Dan Brown appaiono simultaneamente in tutto il mondo. Internet intrattiene un legame permanente con Parigi. Prendendo un volo, gli autori arrivano per una conferenza stampa, un incontro a La Hune o un'intervista. E siccome il mercato del libro non sfugge alla crisi, i revisori dei conti limitano le spese. "Le mitologie letterarie sono condizionate dalle realtà economiche, e lo scrittore povero che vive come Albert Cossery in una camera d'albergo per sessant'anni, non esiste più", constata Manuel Carcassonne. Meno di cinquanta romanzieri francesi possono vantarsi di vivere dei loro soli diritti d'autore. In una città in cui gli alloggi sono molto cari, gli scrittori si fanno sempre più rari. "Ma la cartografia tradizionale dell'edizione nel cuore di Parigi resiste", continua Manuel Carcassonne. La regione di Parigi ospita la maggior parte dei grandi gruppi di edizione che coprono due terzi del fatturato del settore e impiegano la la maggior parte dei suoi dipendenti. L'ambiente letterario perciò, rimane legato alla capitale, passaggio obbligatorio per qualsiasi Rastignac delle lettere. I "Grand Prix d'automne", tutti parigini, sono altrettanti oggetti di negoziazione nelle sfere del potere. Mentre editori, giornalisti, autori vi si accalcano per mangiare ostriche, raccogliere gli ultimi pettegolezzi e diffondere le voci di trasferimenti, le dispute importanti si svolgono generalmente bevendo un bicchiere di vino o mangiando un soufflé, ai Deux Magots o al Récamier. Vestigia delle festività letterarie, esistono oltre 2.000 premi, spesso legati ad un ristorante come il prix Lilas alla Closerie o il prix Wepler. Ma più che un teatro mondano, si tratta di una necessità economica. Quando Emmanuel Carrère riceve il Renaudot per Limonov, il fatturato del suo editore POL sale dell'83%. Un Goncourt si vende in media intorno a 400.000 copie, un Renaudot intorno a 255.000 secondo Livres Hebdo. "Il pariginismo e le sue serate consanguinee, le reti d'influenza o il discutibile sistema dei grand prix possono irritare, tuttavia si tratta della linfa vitale che nutre il libro stesso, constata Patrice Hoffmann, direttore editoriale presso Flammarion. Dobbiamo essere felici di avere così tanta animazione."  Parigi ospita inoltre circa settecento librerie, ossia una per 4.000 abitanti. Ogni sera, una presentazione in libreria, una conferenza, un club di lettori fanno vivere il libro, irradiando tutta la città. "Parigi rimane un'eccezione culturale sulla scena mondiale, aggiunge Patrice Hoffmann. Gli editori stranieri non cessano di dire quanto il nostro mercato sia straordinario poiché un romanzo molto letterario può diventare un best-seller!"  Certo, il mito dell'ambiente letterario viene ravvivato e ricordato più che scritto e vissuto e ciò che resta di Ernest Hemingway al bar del Lutetia, è soprattutto un cocktail a 17 euro. Ma la capitale rimane una fonte d'ispirazione immutabile. Per la romanziera Amanda Sthers, "Parigi è, nella sua temporalità, un'autentica città di scrittori che non ha né la frenesia di New York né il vuoto di Los Angeles". Lo conferma anche la sua collega Nathalie Rheims: "non sono mai riuscita a scrivere altrove. I miei più bei viaggi li ho fatti dentro Parigi." K
Terra d'accoglienza o città prediletta, Parigi nutre l'immaginario delle donne e degli uomini di lettere di tutto il mondo. L'anno della sua tragica scomparsa, nel 1961, Ernest Hemingway dichiara riguardo a Parigi: "Se avete avuto la fortuna di vivere a Parigi quand'eravate ragazzi, dovunque andiate in seguito, questa città rimarrà sempre in voi."  Di fatto, l'autore americano di Festa mobile (1964) non avrà mai lasciato realmente il Quartiere Latino degli anni tra le due guerre, dove una solida comunità di espatriati geniali accompagnò i suoi errori di gioventù: Gertrude Stein, Pablo Picasso, Samuel Beckett, James Joyce, più tardi Henry Miller... È lunga la lista degli artisti e degli autori stabilitisi nella Ville lumière per fuggire dal proprio paese o per trovare l'ispirazione, in un'epoca in cui gli emigranti europei affluivano alle porte del Nuovo Mondo. Vent'anni dopo, un altro Francese d'adozione (dal 1975), lo scrittore ceco Milan Kundera, tenta di penetrare il mistero di questo fascino: "Dopo esser stata per molto tempo il cervello dell'Europa, Parigi è ancora oggi la capitale di qualcosa di più della Francia." L'osservazione degli scrittori in esilio nel paese dei diritti dell'uomo consente, nello stesso tempo, di delineare una carta geopolitica del mondo dell'anteguerra. Ogni decennio attira la sua parte di scrittori Il Marocchino Tahar Ben Jelloun emigra nel 1971, il Libanese e futuro accademico Amin Maalouf nel 1976, l'Afgano Atiq Rahimi nel 1984, la Cubana Zoé Valdés nel 1995 - che ne parlerà come la "capitale delle divine tentazioni" ne La hija del embajador (1999) -, l'Algerino Yasmina Khadra nel 2001... Ogni decennio attira la sua parte di scrittori venuti ad arricchire la letteratura francese, ottenendo prestigiosi premi - molti di loro riescono a vincere il prix Goncourt - ed il successo. Ma le migrazioni non sono sempre motivate dal contesto politico del paese d'origine. Talvolta, il colpo di fulmine è motivato da ragioni personali: la Canadese Nancy Huston non è mai rientrata dal suo viaggio di studio a Parigi, mentre l'Americano Douglas Kennedy non nasconde assolutamente il suo amore per la capitale francese, in cui trascorre in media una settimana al mese. Ulteriore prova della persistenza di questo fascino, il vincitore del prix Goncourt 2006, Jonathan Littell, autore in lingua francese de Les Bienveillantes, incarna bene il radicamento degli autori americani in Francia, da una generazione all'altra: figlio dello scrittore Robert Littell, arrivato in Francia negli anni '70, vi è cresciuto, e rendeva omaggio a Parigi in generale, e alle sue catacombe in particolare, nel suo primo romanzo, Bad Voltage (1989). Con buona pace delle Cassandre, il faro simbolico, che risplendeva culturalmente con tutte le sue forze nella prima metà del XX secolo, non ha perso la sua luce all'alba del XXI secolo. K
Per fare una caricatura del maestro, basta tracciare su un foglio di carta due arabeschi piliferi di un nero setoso. Per fare una caricatura del maestro, basta tracciare su un foglio di carta due arabeschi piliferi di un nero setoso. Questi incomparabili baffi saranno un giorno impomatati al miele, un altro allo sperma di rospo. Per esprimere la sua personalità, basta una parola: folle. Salvador Dalí incarna un mito che appartiene solo a lui. Eppure, fino alla retrospettiva presentata oggi al Centro Pompidou, l'ultima manifestazione di una certa portata a Parigi risale ad oltre trenta anni fa: cosa che scanDALIzza! Nella capitale, il maestro fece gli incontri più surrealistici (Breton, Éluard, Crevel...) e conobbe le sue migliori glorie, dal successo senza pari della sua mostra (840 000 visitatori) nel 1979, ai sensazionali eventi mediatici alla Sorbona, a Montmartre o nella sua camera dell'hotel Meurice. Dalla sua morte, nel 1989, il pittore più popolare (con Picasso) del XX° secolo erra nei limbi della storia dell'arte. Thierry Dufrêne, banditore aggiunto della mostra che risuscita il pittore degli orologi molli al Centro Pompidou, fornisce questa spiegazione: "Le sue dichiarazioni scandalose sul franchismo e Hitler, così come le sue scappatelle di artista in età avanzata hanno provocato questo allontanamento della critica. La moda delle correnti minimaliste e concettuali ha anch'essa eclissato il surrealismo, a causa delle forme ritenute kitsch e obsolete. " Sottovalutato il maestro della paranoia-critica? Che cosa resta delle intuizioni folgoranti di colui che mirava a "dalínizzare" il mondo? L'uomo delle folle che riscuoteva successo sia nella pittura che nella moda, nel cinema, nella pubblicità o nel design... Lo spirito di Dalí: genio o grande bluff? Diciamolo subito: Dalí è un tabù. Accettare senza proferir parola l'eredità di un buffone che si crogiolava nel suo narcisismo disturba. Cosa ancor più delicata è il fatto di apprezzare la sua etichetta pittorica, esaltando la sua "Chiesa apostolica e romana": "Il periodo mistico di Dalí è raccapricciante", a giudizio inequivocabile di Michel Gondry, che termina il montaggio di La Schiuma dei giorni. La storia surreale di Boris Vian, le sue passeggiate nelle nuvole e i suoi muri molli, interpretata sullo schermo da Audrey Tautou e Romain Duris, non sarebbe sicuramente dispiaciuta a Dalí, lui che era affascinato dal cinema (Buñuel, Hitchcock, Disney...) e che ha sognato per tutta la sua vita di dar vita alla realtà immaginaria delle immagini. Quello che piace spesso agli artisti contemporanei di Dalí sono le sue conoscenze: " piuttosto Buñuel " per Michel Gondry; mentre Leonello Borghi, direttore artistico di Lancel e della collezione " Dalígramma", parla volentieri di Elsa Schiaparelli, la stilista italiana, come di una " mentrice, con cui Dalí ha collaborato per una linea di cappelli". Stessa eco da Ara Starck, figlia del famoso designer e soprattutto autrice di una tela di 145 m2 che decora il soffitto del ristorante Le Dalí, al Meurice, da quattro anni: " Dalí non è un artista a cui faccio riferimento. I miei due maestri sono piuttosto identificabili con Greco e De Chirico. " Sembra tuttavia che Dalí abbia messo al mondo qualche figlio, legittimo o no. E che "enfant terrible" è Jeff Koons, principe delle immagini kitsch! L'artista, le cui realizzazioni al castello di Versailles nel 2008 avevano ottenuto una grande risonanza mediatica, rivendica il pittore spagnolo come all'origine della sua "comprensione personale dell'arte". Da adolescente, Koons ha realizzato il suo sogno di trascorrere una giornata con il suo idolo: " Rientrando a casa, mi sono detto: posso farcela. L'arte può essere un modo di vivere. " Jeff Koons riassume qui perfettamente l'essenza del genio catalano: poiché la più bella opera di Dalí è senza dubbio lui stesso. Un punto di vista non contestato da Thierry Dufrêne: " Dalí è il genio di un'epoca ed è precisamente il modello generato dal tipo di epoca che prospera oggi. Egli ha anticipato l'idea che l'arte non fosse destinata solo all'occhio, ma che si rivolgesse anche alla mente. Dalí ha esplorato tutti i campi creativi, il design, la moda, ha lavorato per i marchi commerciali: gli artisti di oggi fanno esattamente questo... " E "questo": è appunto ciò che prendono come riferimento. Un personaggio del design in voga come Hervé van der Straeten conferma di aver attinto dal repertorio surrealista di Dalí per creare i suoi primi gioielli o anche il flacone di profumo simbolico Dior J'Adore. Come genio della storia visiva, Dalí ha lasciato il suo segno. Warhol ci ha regalato Marilyn, Dalí ci ha lasciato in eredità Mae West, star hollywoodiana ridotta allo stato di divano scarlatto a forma di bocca per far accomodare persone anonime. Come ogni icona, la star si è insediata in modo duraturo nell'immaginario contemporaneo fino alla Bocca di Bertrand Lavier che l'artista (anche lui al centro di una retrospettiva al Centro Pompidou) ha fatto realizzare in porcellana prima di porla su un congelatore nel 2005. Altri personaggi moderni hanno reso perpetui - senza volerlo - i lavori portati avanti da Dalí tra arte e scienza (ologrammi, DNA...). Come Wim Delvoye e la sua Cloaca, la macchina che digerisce. Il plastico belga, che condivide con Dalí un certo gusto per la provocazione, ritiene che l'ambiente artistico sottovaluti il maestro catalano: "Più scopro la sua opera, la sua pittura - e non solo -, le sue prestazioni nel mondo dei media, i suoi rapporti con gli altri artisti, più l'ammiro. " A 16 anni, Salvador, figlio di un notaio di Figueras, in Catalogna, aveva annotato nei suoi diari: "Sarò un genio e il mondo mi ammirerà. " Infatti. Testo : Malika Bauwens
In una delle riviste dal 1989, la top model Kate Moss continua da allora ad imporre la sua silhouette da fuscello. A 38 anni accumula contratti. Qual è la chiave del suo successo? Kate Moss è inglese. Detto così, non si capisce perché tale dettaglio abbia contribuito al successo della modella. Le cerimonie di apertura e chiusura degli ultimi Giochi Olimpici (dove lei ha peraltro sfilato affianco a Naomi Campbell, Stella Tennant e altre famose top model) hanno fornito qualche indizio: la patria dei migliori gruppi rock e di numerosi stilisti è la culla di una cultura e di una certa impertinenza che si addice perfettamente alla carnagione e al carattere della Moss. Kate Moss è perciò inglese. Non comune per la sua silhouette (prima di lei la sua compatriota Twiggy divenne una top model, nonostante delle misure più modeste delle sue colleghe), la miss lo è anche nel suo percorso. Scoperta nel 1988 girando l'angolo di una sala d'attesa dell'aeroporto, a 15 anni ha fatto i suoi primi passi su una passerella per John Galliano. E allo stesso momento lei ha sorpreso il suo mondo, posando a seno nudo sulla rivista culturale britannica The Face, in un periodo favorevole per le top model, sorridente e voluttuosa, stile Claudia Schiffer. Subito il suo look è diventato l'immagine della generazione grunge. Sigaretta in bocca, abbracciata a Johnny Depp, Kate getta le basi della sua leggenda "sex, drug and rock'n roll", lanciandosi così sul cammino della gloria. I contratti e i servizi fotografici si susseguono, per non fermarsi più. Come ha fatto allora l'onnipresente Kate Moss a non dileguarsi e a diventare banale, come ha fatto a non diventare una top model come le altre? "Rocker smarrita nella moda" come abbiamo avuto occasione di leggere spesso, Kate Moss trova la sua felicità nella musica. E riesce a non identificarsi nel ruolo della semplice fan, viene infatti invitata a comparire nei video clip di Elton John, di Marianne Faithfull, di Johnny Cash o dei White Stripes (e in questo momento in quello di George Michael, White Light) o a posare per la copertina di un album di Bryan Ferry. Oggi sposata con Jamie Hince, chitarrista del gruppo The Kills, Kate Moss è quindi semplicemente rock, temperamento e aspetto strambo compresi. I Beatles avevano il loro particolare taglio di capelli, Kate ha la sua frangia come stendardo. Lo stesso vale per i suoi jeans slim, la sua giacca nera, le sue canottiere larghe... A volte irritante, il suo atteggiamento (ancora molto rock) è senza dubbio l'altra chiave del mistero della longevità di Kate Moss. Lei ha sempre continuato a percorrere la sua strada in funzione dei suoi desideri e sicuramente non dell'opinione del piccolo mondo della moda, cercando di attirare l'ammirazione dei suoi fan e suggellando definitivamente un mito celebre in diversi libri(1) e perfino in un'esposizione. In tal modo, le marche più formattate per Neuilly-Auteuil-Passy che Camden non esitano a esporsi, placando allo stesso tempo l'immagine della top model. Risultato, le collezioni disegnate da Kate Moss per Longchamp sono diventate dei successi, i gioielli disegnati per il gioielliere Fred fanno furore e lei è l'ispiratrice della marca spagnola Mango. L'equilibrio, meditato e segno di un vero senso del business, è forse la terza chiave per risolvere il caso Kate "senza concessioni" Moss. 1.Il 6 novembre in libreria, Kate: The Kate Moss Book, di Kate Moss e Fabien Baron (Rizzoli Pubblicazioni Internazionali). Texte : Éloïse Vincent Crédit photo : © Kate Moss pour Mango
Specchio della loro epoca, le redattrici capo di Vogue rivelano le tendenze. Chi sono queste donne d'influenza? Se il mandato quinquennale è la regola per lo Stato francese, è in termini di decennio che si conta l'esercizio di potere che fa capo alla rivista femminile più prestigiosa e influente del mondo. Dalla creazione della sua edizione francese nel 1920 da parte del gruppo americano Condé Nast, Vogue ha visto sfilare alla capo redazione solo otto persone, fra cui due uomini. Architetto e prima lettrice della rivista, la caporedattrice di Vogue "proietta sui lettori la sua personalità, la sua visione della femminilità, il suo modo di vivere e di essere", spiega l'editrice della rivista, Delphine Royant. Chi sono queste regine del lusso e della moda? Delle donne che liberano energia e fissano le basi delle tendenze, tra audace e buon gusto, innovazione e classicismo. "Delle donne che lasciano la loro impronta nella visione della femminilità e dell'epoca". Dopo oltre dieci anni di pieno potere, all'inizio del 2011, Carine Roitfeld ha ceduto la sua corona a Emmanuelle Alt. "Carine ha lasciato la sua impronta negli anni 2000, afferma Delphine Royant, un periodo in cui la donna era una guerriera e la sensualità la sua arma di conquista. La tendenza è oggi rivolta all'armonia, alla serenità. La donna ha vinto le sue battaglie, è uguale all'uomo. Emmanuelle incarna questa donna serena, ottimista, più accessibile". Texte : Alexis Tain Photos : Olivier Culmann/Tendance Floue
Il direttore dello stile di Citroën e Peugeot ci apre le sue porte. Ritratto di una star del design automobilistico. La Twingo, è lui. La visiospace C4 Picasso, anche. La resurrezione della DS, sempre lui. Jean-Pierre Ploué, 50 anni appena compiuti, è un genio discreto e ispirato che tutti i grandi marchi automobilistici sognano di contare un giorno nelle proprie squadre. Dopo Renault, Volkswagen, Audi, Ford, negli anni 1990, compone e crea esclusivamente per Citroën per quasi dieci anni e a partire dal 2008 anche per Peugeot. Concettuale puro, rifiuta infatti l'etichetta di "artista", concepisce, inventa, sintetizza e realizza degli universi attorno all'automobile. "Ci sarà una svolta", predice questo visionario "nei prossimi quindici anni. Sarà tecnologica. Indurrà una rivoluzione nello stile. Siamo alla fine di un ciclo. I periodi che hanno contrassegnato l'automobile in fin dei conti sono poco numerosi: lo stile francese dei carrozzieri dell'anteguerra, il periodo americano degli anni 1960, il Giappone degli anni 1980 e nel corso di tutto il secolo passato, il design italiano". Autentico direttore d'orchestra, armonizza il lavoro e accorda il talento di una squadra di trecentosessanta persone, equamente distribuite tra il leone di Peugeot e la doppia freccia di Citroën, Jean-Pierre Ploué trae la sua ispirazione dalla natura, dalla quotidianità, dalla tradizione di cui è l'erede. Borgognone, liceale a Besançon, capitale francese della precisione orologiera, "inventa" il design automobilistico, allora inesistente, durante i suoi studi alla Scuola nazionale superiore delle arti applicate. Il suo nome è ormai indissociabile dalla nuova DS, due lettere mitiche per un Designer Superdotato. Novità: c'è elettricità nell'aria Testo : Yan-Alexandre Damasiewicz Tutti i crediti fotografici : © Jean-Claude Figenwald
Il massimo dello chic a Parigi? Andare al cinema all'Eliseo. Serve un po' di pazienza e un gusto spiccato per i film francesi. In cinque anni sono stati proiettati nella sala al piano interrato Giù al Nord e Uomini di Dio, un grande scarto culturale insomma. Costruito sotto il Pompidou, l'ambiente evoca gli anni '70. I muri sono coperti di moquette scura. Le poltrone hanno una scocca di plastica di design. Sembra un po' di essere in un drugstore o su un set di Arancia meccanica. Nel corridoio i manifesti de Il Presidente, Tre uomini in fuga, Tutti gli uomini del Presidente. Questa stanza è uno dei segreti del Palazzo. Sugli Intoccabili è circolata un'indiscrezione. Il film non è stato mostrato ma gli attori hanno avuto diritto a un pranzo. Non esiste solo la settima arte nella vita. Vietato però recarsi nel riparo antiatomico. Gli appartamenti privati sono degni del loro nome. Un po' d'aria, allora. Fuori, un sole di primavera brilla sui giardini. La mostra d'acqua risale al 1992. Ovvero: getti ad arco di cerchio. Otto giardinieri sono al lavoro. Si occupano di magnolie, tassi, forsizie. Si tratta di un cosiddetto parco naturale. Nessun trattamento chimico. Ci sono coccinelle dappertutto. Le api ronzano. Vengono dai vicini: alcuni alveari sono installati sui tetti del Grand Palais adiacente. Il tappeto erboso è incurvato. È di un verde insolente. E pensare che gli invitati al garden-party la calpesteranno allegramente il 14 luglio! Ecco un platano alto 45 metri. La serra della Signora Chirac contiene piante esotiche. Une statua rappresenta un montone. To', un albicocco. Un labrador e un chihuahua trotterellano nei viali. Si chiamano Dumble e Clara. Un bonsai gigante ha 80 anni. Gettiamo un'occhiata furtiva alle Jumelles, due donne nude in bronzo. È qui che il presidente fa jogging. È atteso a minuti. Ci viene chiesto di ritornare all'interno. I saloni sono disposti a infilata. La sala del Consiglio dei ministri sembra più grande in televisione. Le conferenze stampa si tengono sotto i soffitti a cassettoni del salone Napoleone III. Regna un silenzio religioso nella sala degli ambasciatori, in cui vengono consegnate le legioni d'onore. È venerdì pomeriggio e viene in mente un soggetto per un racconto: "Vacanza all'Eliseo". Nelle cucine, si fa sul serio. Le pentole di rame scintillano. Le credenze metalliche assomigliano al ponte di una porta-aerei. Centocinquanta pasti vengono serviti quotidianamente. Diciannove cuochi si agitano attorno ai fornelli. Lo chef non è un adepto dei piatti alambiccati. Tradizionali ricette borghesi sono all'ordine del giorno. Il presidente decide personalmente i menu. Viene scostata una tenda. Il consigliere alla comunicazione dell'Eliseo attraversa il cortile interno. Eccolo per il tour del proprietario. Strana impressione, quella di aver risposto a un annuncio immobiliare. "Eccezionale. Hotel particolare quartiere Champs-Élysées affacciato su parco. Ottimo stato. Possibilità garage. Nessun dirimpettaio. Contratto d'affitto di cinque anni rinnovabile."  Testo : Éric Neuhoff Foto: Pascal Rostain